Amici di San Glisente

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Storia

Amici di San Glisente

Amici di San Glisente
Il gruppo “Amici di San Glisente” di Berzo Inferiore è un’associazione di uomini e donne di tutte le età, accomunati dalla grande passione per la montagna. Il nome del gruppo trae la propria origine dall’omonima località sui monti comunali dove si trovano il bivacco e la chiesetta, a sua volta così nominata poiché nel passato fu la dimora dell’eremita che era stato valoroso comandante dell’esercito di Carlo Magno, Re dei Franchi, che seguì Carlo Magno in Valle Camonica.

Stanco delle violenze della guerra, Glisente implorò il suo sovrano di potersene restare in questi luoghi. Così prese l’abito di romito e si ritirò su un monte di Berzo, dove morì il 6 agosto del 796. Il giorno dopo alcuni pastori videro una colomba che portava ramoscelli e foglie sul monte. Qui trovarono il corpo dell’eremita, lasciarono alcune sue reliquie nella spelonca e ne portarono altre nella chiesa di San Lorenzo, sempre a Berzo Inferiore.

L’associazione è dedita ad attività in montagna come escursioni, gite e operazioni di recupero e ripristino della rete sentieristica. Si occupa inoltre della salvaguardia delle tradizioni legate all’ambito montano ed alla loro valorizzazione attraverso pubblicazioni ed altro materiale divulgativo. Infine, il gruppo si dedica all’organizzazione di eventi culturali di rilievo quali la Festa di San Glisente, che tradizionalmente cade l’ultima domenica di luglio.

Berzo Inferiore
Tel. 3201597272
valbetto@libero.it


La leggenda su San Glisente
Numerose sono le leggende tramandate sul culto di San Glisente:
1) S. Glisente fu un valoroso comandante dell'esercito di Carlo Magno, Re dei Franchi, che seguì Carlo Magno in Valcamonica, ma poi non si sentì di seguire il suo sovrano e lo implorò di potersene restare in questi luoghi. Così prese l'abito di romito e si ritirò su un monte di Berzo, dove morì il 6 agosto del 796. Il giorno dopo alcuni pastori videro una colomba che portava ramoscelli e foglie sul monte. Qui trovarono il corpo dell'eremita, lasciarono alcune sue reliquie nella spelonca e ne portarono altre nella chiesa di S. Lorenzo a Berzo Inferiore.
2) S. Glisente e i suoi fratelli, S. Fermo e S. Cristina, giunsero in Valcamonica al seguito dell'esercito di Carlo Magno e poi si ritirarono in eremitaggio: Glisente (aiutato dall'orsa) sui monti di Berzo, S. Fermo (assistito anch'egli da un'orsa, da un'aquila e dal suo scudiero Rustico) su quelli di Borno e S. Cristina sui monti di Lozio. Prima di separarsi per sempre i tre fratelli strinsero il patto di comunicare tra loro ogni sera per mezzo di un falò che ciascuno avrebbe acceso fuori dal proprio romitaggio. Glisente per mettere in contatto Fermo e Cristina, che non potevano comunicare direttamente, accendeva due falò. Così per diversi anni i valligiani ammirarono ogni sera quei fuochi sui monti, finché quelle luci una alla volta si spensero. Dei tre eremiti, narra la leggenda, l'ultimo a morire fu Fermo.
3) S. Glisente fu un nobile camuno di origine franca, probabilmente epigono dei signori di Berzo, discendenti da una delle tre famiglie franche di Esine, citate nella donazione di Giselberto del 979.Fu probabilmente sul monte Roncole che il nobile Glisente, seguendo l'esempio di S. Costanzo, S. Obizio e molti altri, si ritirò a vita di preghiera e meditazione, svolgendo apostolato fra i molti pastori e mandriani che vivevano su quei monti. Sul monte poi sarebbe morto e sulla sua tomba venne edificata la prima chiesa.
4) S. Glisente fu un frate Umiliato, fondatore di una casa di Umiliati sul monte di Berzo, intorno alla medesima epoca in cui S. Costanzo di Niardo fondava e dirigeva la casa degli umiliati a Conche. Il santuario di S. Glisente potrebbe essere stato la "domus de Eseno" (casa di Esine), ricordata da un antichissimo catalogo delle Case Umiliate.E' interessante notare come nella Leggenda di San Glisente ritorni sempre il motivo dominante del fuoco. E' indispensabile anche tener presente l'ubicazione del santuario di S. Glisente che è sovrapposizione di primitivo luogo scavato a caverna sulla cima d'un monte dal vertice tondeggiante e verde fino alla sommità. Dunque un luogo magico per natura, da dove la divinità poteva rivelarsi irata, col fragore del fulmine e del tuono, ma anche benevola col sorriso dei rosei tramonti della sera che preannunciavano il bel tempo del domani. Può darsi che nel Medio Evo, secondo il costume corrente in quel luogo, vi abbia abitato anche un eremita. Ma è verosimile, sia per l'ubicazione troppo distante dai centri abitati, sia per il clima invernale insostenibile anche per un uomo penitente.La leggenda ha in sé reminiscenze comuni ad altre mitologie similari, dove la divinità dei pastori si nutre del latte di pecora e di frutti strani maturati apposta per sfamare il nume. Da millenni, forse, il popolo che abitò la media Valcamonica, guardò al monte San Glisente come gli Ebrei guardavano al Moria o al Carmelo. Poi venne la fantasia degli agiografi e di certi storici che fecero di San Glisente un ex soldato di Carlo Magno, ritiratosi a far vita santa su quel monte. A parte il fatto se Carlo Magno e il suo esercito sia mai venuto in Valcamonica, la personificazione militare si può spiegare con la fede invalsa dall'epoca longobarda in poi, quando le divinità protettrici dei pagani divennero i Santi defensores dei cristiani.Glisente non poteva essere un soldato romano, ma un santo più vicino ai Camuni per razza e per cultura: un soldato gallico che depone le armi rifiutando la violenza per armarsi soltanto di fede, di speranza e di amore era una gran conquista ideologica per quei tempi, ma consona al concetto del Santo di pastori, che abitava sul monte sacro, vestito di pelle di pecora. Glisente sarà il difensore dei popoli con le armi della preghiera e della penitenza, assurgerà a simbolo, a personificazione del pastore camuno, sempre errante sui pascoli montani dei crinali che convergono al monte di San Glisente prima e poi al Maniva. Origine del nome San GlisenteGli antichi non attribuivano a caso le denominazioni ai luoghi che scoprivano e abitavano, corrispondevano esattamente a caratteristiche e qualità concrete, legate alla posizione geografica, al clima, alla funzione particolare di una località.Mentre per i più Fermo e Cristina sono derivati dal martirologio cristiano e perciò i loro santuari potrebbero datarsi attorno all'anno mille, il nome "Glisente" è invece del tutto singolare.I classicisti pongono molta attenzione alla traduzione latina Glisens, deducendo che il nome classifica un uomo che visse da cavernicolo, come il glis, topo campagnolo. Ma il nome latino è una traduzione arbitraria dell'autentico nome originale, che è quello dialettale: Ghidét o Ghisét o, per i più anziani, Ghédét. La radice Ghe-ghi-ga è molto frequente nel dialetto camuno e valtriumplino: è di origina gallica e significa terra, territorio, pascolo. Il Ghédét sarebbe dunque il campagnolo, il pastore. Non è fuori luogo rilevare come esistano tuttora cognomi di famiglia derivanti dalla stessa radice.Anche il termine Sant, in Valle, non significa sempre una persona santa, ma anche un luogo, un'edicola sacra (santella). Il Sant Ghedét non presuppone dunque necessariamente l'esistenza di una persona, ma definisce e rivela l'esistenza di un luogo sacro a una divinità pastorale.La festa di San GlisenteIl culto di S. Glisente era già vivo e diffuso in Valcamonica e in Valtrompia agli inizi del XIII secolo. Il suo centro di irradiazione fu il monte, ricco di boschi e pascoli, che si estende tra Esine e Berzo Inferiore. Il giorno della festa di San Glisente fu trasferito al 26 luglio, ma ancor più anticamente la festa del santuario si celebrava l'8 settembre, poichè la primitiva chiesetta dell'eremitaggio doveva in origine essere stata dedicata alla Madonna. Ai nostri tempi si celebra l'ultima domenica di luglio. L'organizzazione della festa è affidata ai volontari del gruppo "Amici di S. Glisente", che richiede un pellegrinaggio al luogo dei festeggiamenti di 4 o 5 ore di salita a piedi. A metà strada della mulattiera che sale verso S. Glisente, in località Palör, a pochi metri dal ciglio della strada, si trova il "Piede di S. Glisente": un grosso cippo di pietra simona, conficcato nel terreno e di forma quadrata. Nel centro è scolpita una sagoma di forma ovoidale, lunga e profonda una ventina di centimetri. Era diffusa credenza che nell'appoggiare il piede stanco sulla sagoma, tutta la stanchezza scompariva e si riprendeva il cammino con maggiore forza e vigore.Un tempo si era soliti partire per il pellegrinaggio due giorni prima, facendo sosta a Zuvolo, dove si accendevano dei falò per ricordare la leggenda del Santo. Ora invece il luogo è raggiungibile con i fuoristrada, che rendono il viaggio più comodo e veloce, ma meno suggestivo. Alla festa partecipano, oltre a pellegrini provenienti dalla Valcamonica, anche numerose comitive della Valtrompia. La "nicchia di S. Glisente" costituisce infatti il confine (spesso in passato conteso) tra le due valli. Ai tempi odierni la festa inizia sabato sera, con la pittoresca fiaccolata da S. Glisente a Zuvolo. Domenica mattina, dopo una notte di canti, racconti e falò, il parroco celebra la messa nello spiazzo antistante la chiesa, cui seguono, soprattutto negli ultimi anni, numerosi giochi come il tiro alla fune, il palo della cuccagna, i giochi dell'oca, del maialino e la morra. Un tempo non c'erano i giochi, ma l'atmosfera era allietata dal suono della fisarmonica dei Valtriumplini e venivano portati dalle malghe bidoni con latte fresco e formaggi.La giornata trascorre in allegria fino all'imbrunire, quando si scende a valle.

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